| :: Margherita Stein: Cagnesca traduttrice dal padrone inventato. 1980 |
Ancora sulla fedeltà e sull’infedeltà delle traduzioni. Ebbene sono una ladra; una cattiva singola soggetto; una traditrice, una cagna; a volte mordo persino il padrone che m’invento esista. Esso-Egli-Lui, se si concentra abbaio per distoglierlo da quegli oggetti masticabili che tiene sulle ginocchia, per ore, guardandolo fisso - credo che sia stupido - oppure gli lecco le mani, ma solo per farmi buttare qualche bocconcino di carne pregiata tipo fagiano. Si tratta bene il signore che m’invento. Se m’allenta il guinzaglio, se m’affida libera alla cuccia, scappo, seppure alla fine ritorni. Eh Già! Lui, oscilla, o mi assesta schiaffetti carezzevoli sul muso; o mi accarezza le orecchie; e non mi fa né caldo né freddo; me ne frego altamente; ma la prossima volta farò lo stesso. M’assento. Se ne avrò voglia. Senza fantasia potrebbe ipotizzare di darmi da lappare il suo cazzo o scoparmi; ma non è adatto al coito bestiale. Anche per la noia domestica, dunque, scappo. Me ne vado libera, su e giù, in cerca di odori; e le mie narici mucose bagnate catturano ogni effluvio. Sono anche un’ assaggiatrice superba: tutte le merde che incontro, se sono alfabetizzate composte in versi indurite dal poema in prosa liquefatte in metafore intestinali evacuate da sfinteri colti ci ficco il naso, con una leggera nausea; ciò non mi accade con le cacche incolte banali toh sottoproletarie, plebee. Mi concedo di bere dalle pozzanghere - cosa che fa irritare il padrone che m’invento - e sbrano o graffio ogni sorta di animaletto da fossato o incauto implume all’abbeveraggio. Cagna da caccia. Tradurre può consistere nello svenare l’arabesco della fauna alla mia portata. Che cagna aristocraticamente infedele che sono diventata! Datemi dello cherry e sarò qualcosa di malignamente sensuale che assomiglia a Salomè, perché danzerò sulle zampe posteriori. Come ride l’insipido bipede glabro con cattedra di traduzione dal tedesco all’Università di Pisa quando gli propongo questo numero; ci vuol niente, a coinvolgerlo nel mio teatro osceno bassamente ateo; talmente riconoscente da donarmi i dintorni dell’ombelico come tiepido cuscino nelle notti di temporale. |