
"Lapide colorata nello zucchero silenziata"
Parola di Antonia Milk colori di Accio.
Bozzetto preparativo per lapide di marmo.
1977
Antonia Milk - Accio
LAPIDE DEL FUOCO CHE BRUCIA MA NON ARDE
QUANDO CARLO ALBERTO MADRIGNANI MI NOMINÒ FICAZZARO. 1977.

"Antonia Milk tra ruine classiche
tra petali di Venere sparsi sui marmi sul suo viso".
1977 - Foto CDS
(Novembre 2025) - La “Lapide del fuoco che brucia ma non arde”, del 1977, ebbe germinazione in una lontana relazione tra me Accio e Antonia Milk. Quest’ultima frequentava la terza liceo io stavo stanziale in università di lettere a Pisa; ma soprattutto a batter ale e zampe scalze nell’arte d’avanguardia. Lotta Continua si era sciolta a Rimini l’anno precedente. In uno dei nostri litigi, crudelissimi, a lei bastò scendere le scale della succursale del Liceo in Piazza Carrara, durante l’intervallo, salire quelle della facoltà a cento metri e, entrando nello studio di Carlo Alberto Madrignani docente di Letteratura Italiana, mio professore e collezionista di mie cartoline Mail art e Poesia Visuale, lasciargli, lo aveva conosciuto con me, una busta con biglietto. “Professore sarebbe così cortese, appena Claudio viene alla sua lezione, non so dove si sia ficcato stamani, dargli questo biglietto? È un addio poetico, alla mia portata. Grazie”. Madrignani rimase basito. Mi diede, dopo, il biglietto ammiccando dietro le spesse lenti: “La signorina Antonia sembra uscita dal romanzo passionale ed enfatico di chi scrisse Malombra. Se vuoi, Accio, potresti fare una tesi sullo scrittore: lui Fogazzaro tu Ficazzaro”. Celebre battuta che non scordo.
Tornato nel cascinale aprii la busta. C’era in caratteri stampatello una scritta in latino. Non conoscendo questa lingua essendo diplomato ragioniere mi consolai: “Non so intendere cosa c’è scritto, sembra una lapide, meglio strappare”. Ma guardando sul retro compariva la traduzione.
"Antonia Malombra Milk sul lago di Massaciuccoli-Puccini".
Foto CDS 1977
NULLUM SONUM VERBORUM AUDIO.
NULLUM SIGNUM HABEO QUOD MIHI LUMEN DET.
IGNIS QUI ARDET SED NON CONSUMITUR.
UBI ES IN HOC SILENTIO?
NON ODO SUONO DELLE PAROLE.
NON HO SEGNALE CHE MI DIA LUCE.
FUOCO CHE BRUCIA MA NON SI CONSUMA.
DOVE SEI IN QUESTO SILENZIO?
Pensai di ricavarne vera lapide di marmo lasciandola abbandonata da qualche parte sul lago di Massaciuccoli-Puccini. Anonima. Senza che figurasse Antonia Milk od Accio. Forma di dispersione di parola solida. Uno scherzo a me stesso ad Antonia a Madrignani, capace di addolcire la travagliata vicenda amorosa. Anche perché queste parole e la forma interrogativa funzionavano, eccome. Però su marmo sarebbe stato meglio. Vera arte PAROLA-IMMAGINE dopo averla murata da qualche parte, in un casolare abbandonato, o presso casotto con rete di pescatori; clima macchiaiolo-decadente; sarebbe stata arte concreta. Poesia Concreta. S'appaellava così lo sperimentalismo in corso. E invece?
Invece mi passò la voglia. Cercare il marmista. Scolpire le parole o inserirle con lettere di bronzo. Caspita che fatica! Intanto Antonia Milk era tornata. Sembrava che con l’estate tutto sarebbe filato liscio. Durò ancora un anno per la cronaca. Poi apparve Margherita Stein!
La mia ipotesi artistica la fece infuriare come se le trafugassi l’intimità del dolore. Allora ci ricavai su carta e pennarello una illustrazione della vicenda. Ripromettendomi di produrne altre da me ideate parole, o carpirne altre ad Antonia; rimandando le lapidi marmoree a fine anno. Così feci. Scrissi. Lapidai parole e colori in attesa del marmo o granito. Che mai fu allestito. Intanto oggi ho ritrovato questa che fu la prima carta-lapide.
In ogni caso la verità stilistica è lampante. Il supporto è fondamentale. Così su carta sono taccuino colorato. Incisa lapide vera sarebbe stata arte.
Ironica Sara Cardellino, informandola al telefono di questo LAPI/DIARIO prima di scriverla, mi dice: “Puoi ancora omaggiare la lontanissima fidanzata Zuccherino col marmo a posteriori; però fossi in te ne ricaverei di frasi e lapidi migliori dai nostri scambi; da quanto ti ho scritto in questi anni; pur io recitante disperata verso il “Ficazzaro”; tanto che ci sarebbero più lapidi che nel Foro Romano e nei musei all’uopo custodenti. Ciao scalpellino del mi’ corazon!